Storia

Il Parco dei Mostri di Bomarzo: un giardino costruito per non impazzire di dolore

Come un principe del Cinquecento trasformò il lutto per sua moglie in uno dei luoghi più enigmatici mai concepiti, dedicandolo — cosa rarissima per l’epoca — a lei, e a lei soltanto.

GuidyGuidy
8 ottobre 20267 min di lettura
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Il Parco dei Mostri di Bomarzo: un giardino costruito per non impazzire di dolore

Come un principe del Cinquecento trasformò il lutto per sua moglie in uno dei luoghi più enigmatici mai concepiti, dedicandolo — cosa rarissima per l’epoca — a lei, e a lei soltanto.

«Sol per sfogare il core.» — iscrizione su un pilastro del Sacro Bosco di Bomarzo

C’è un bosco, nel cuore della Tuscia, a pochi chilometri da Viterbo, dove le rocce di peperino hanno smesso da secoli di comportarsi come pietre. Un elefante solleva con la proboscide un soldato romano, una tartaruga gigante porta sulla schiena una vittoria alata pronta a spiccare il volo, un orco spalanca la bocca su una scalinata invitando chi entra a lasciare fuori ogni pensiero. Chi arriva a Bomarzo senza sapere nulla della sua storia, in genere, esce da quel bosco con più domande di quante ne avesse portate: che cosa significano questi mostri? Chi era abbastanza ricco, colto e forse un po’ folle da farli costruire? E, soprattutto, perché?

Perché è proprio questa la domanda che, più di ogni altra, merita di essere posta davanti al Sacro Bosco. Non “che cosa rappresentano le statue” — enigma che studiosi e alchimisti discutono ancora oggi senza essersi mai messi del tutto d’accordo — ma “che cosa ha spinto un uomo a costruire tutto questo”. E la risposta, per quanto possa sorprendere chi si aspetta complotti esoterici e simbolismi massonici, è più semplice e più commovente di qualunque teoria: un principe che non sapeva più dove mettere il proprio dolore, e decise di scolpirlo nella roccia.

Un principe, una sposa, un lutto che non trova pace

Pier Francesco Orsini, che tutti a Bomarzo chiamavano semplicemente “il Vicino”, apparteneva a una delle casate più potenti e battagliere del Lazio rinascimentale: capitano di ventura, uomo di corte, signore di un feudo piccolo ma orgoglioso incastonato tra i boschi della Tuscia. Nel pieno del Cinquecento sposa Giulia Farnese — non quella più celebre, l’amante di papa Alessandro VI di cui parlano tante cronache scandalistiche, ma un’altra donna della stessa potente famiglia, che porta lo stesso nome e la stessa nobiltà senza però avere avuto la stessa fortuna di essere ricordata. È un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché racconta già qualcosa di questa storia: quante donne, nella storia, sono state confuse, sovrapposte, cancellate sotto il nome più ingombrante di un’omonima più famosa? Bomarzo, in un certo senso, restituisce a questa Giulia Farnese un’identità tutta sua — non l’amante di un papa, ma la moglie amatissima di un principe che le dedicò, letteralmente, un intero mondo.

Intorno alla metà del Cinquecento il Vicino Orsini affida all’architetto e antiquario Pirro Ligorio — lo stesso che di lì a poco avrebbe preso, seppure per breve tempo, il posto di Michelangelo alla guida del cantiere di San Pietro — il progetto di un bosco che non somigliasse a nessun altro giardino esistente. Non i viali ordinati e simmetrici dei giardini all’italiana, non le geometrie rassicuranti del Rinascimento classico, ma un percorso fatto di smarrimento, di case costruite volutamente storte, di iscrizioni che pongono domande invece di dare risposte. Poi, nel giro di pochi anni, la sorte gli toglie Giulia. E quello che fino a quel momento era già un progetto ambizioso diventa qualcos’altro: il luogo in cui riversare un dolore troppo grande per stare dentro le parole.

"Sol per sfogare il core"

Su uno dei pilastri del parco, quasi nascosta tra le altre iscrizioni enigmatiche che punteggiano il percorso, compare una frase che è rimasta, per gli storici, la chiave più sincera di tutto il Sacro Bosco: “sol per sfogare il core”. Non un trattato filosofico, non un manifesto alchemico, ma la confessione quasi imbarazzata di un uomo che ammette di aver costruito tutto questo semplicemente per non impazzire. Ed è un’ammissione che, letta oggi, suona sorprendentemente moderna: secoli prima che la psicologia inventasse parole come “elaborazione del lutto”, il Vicino Orsini aveva già intuito che il dolore, per non diventare distruttivo, ha bisogno di un luogo dove essere trasformato in qualcosa — in questo caso, in arte.

La Casa Pendente nel Sacro Bosco di Bomarzo

Non è un caso che il percorso del bosco sia stato letto da molti studiosi come un vero e proprio viaggio iniziatico: le due sfingi all’ingresso che sfidano il visitatore a decidere se tanta meraviglia sia “fatta per l’inganno o per l’arte”, l’orco che invita a lasciare fuori ogni pensiero come un’eco dell’Inferno dantesco, la casa pendente che toglie letteralmente l’equilibrio a chi vi entra. È come se il principe avesse voluto costruire, pietra dopo pietra, la mappa del proprio smarrimento interiore — e insieme la strada, tortuosa e piena di mostri, che ogni lutto vero impone di percorrere prima di trovare, se la si trova, una qualche forma di pace.

Un giardino dedicato a una donna, non a un dio

C’è un aspetto di questa storia che, in un’epoca come il Cinquecento, ha davvero qualcosa di straordinariamente in anticipo sui tempi. I grandi giardini rinascimentali venivano quasi sempre concepiti per celebrare un casato, un potere, una divinità pagana convocata a maggior gloria del proprio committente. Bomarzo no. Bomarzo viene dedicato a una donna sola — non una dea, non una santa, non un’antenata illustre da usare come propaganda dinastica, ma semplicemente la moglie amata di chi lo ha costruito. In un mondo nobiliare in cui i matrimoni erano quasi sempre alleanze politiche prima ancora che legami affettivi, il gesto del Vicino Orsini suona quasi anomalo: trattare la memoria della propria sposa come qualcosa che merita non un semplice monumento funebre, ma un intero paesaggio pensato per lei.

Il Tempietto di Giulia Farnese nel bosco di Bomarzo

Questo rispetto arriva al suo punto più alto in fondo al percorso, lontano dal chiasso dei mostri e delle architetture impossibili: un piccolo tempio rinascimentale, silenzioso e armonioso come nessun’altra costruzione del parco, con una cupola modellata su quella di Santa Maria del Fiore a Firenze. È il Tempietto di Giulia Farnese, l’unico luogo del Sacro Bosco che non urla, non spaventa, non gioca con la percezione di chi lo attraversa — al contrario di tutto il resto del bosco, accoglie e basta. Alcuni storici ritengono che qui, sotto quella cupola fiorentina in miniatura, riposi ancora oggi la donna a cui tutto questo è dedicato, anche se la sua tomba, come tanti dettagli di Bomarzo, non è mai stata trovata con certezza. Forse è proprio così che il Vicino Orsini voleva che le cose restassero: un bosco pieno di mostri per raccontare il tumulto del dolore, e un solo luogo di silenzio assoluto per custodire, senza spettacolarizzarlo, l’amore che lo aveva generato.

Un bosco dimenticato, poi ritrovato — anche questo, per amore

Dopo la morte del Vicino Orsini, alla fine del Cinquecento, il parco viene lentamente abbandonato dagli eredi e inghiottito dalla vegetazione per quasi quattro secoli, fino a diventare più leggenda che luogo reale — visitato, tra gli altri, da un curioso e affascinato Salvador Dalí nel 1948, che lo definì un’invenzione storica senza eguali. Sarà solo nella seconda metà del Novecento che una coppia di intellettuali, Giancarlo e Tina Bettini, recupererà il bosco riportandolo alla luce con la stessa cura quasi amorosa con cui era stato concepito. Non è un dettaglio da poco che i due, alla fine della loro vita, abbiano scelto di farsi seppellire proprio all’interno di quel Tempietto costruito per Giulia Farnese — come se Bomarzo, in fondo, continuasse a essere ciò che era fin dall’inizio: un luogo capace di custodire, generazione dopo generazione, storie d’amore che non trovano altrove il proprio spazio.

Guardare i mostri, ascoltare l’amore

Forse è questo il modo più onesto di guardare oggi il Parco dei Mostri: non come una collezione di curiosità grottesche da fotografare in fretta, ma come il diario di pietra di un lutto trasformato in bellezza, e di un amore che — cosa rara per il suo tempo — ha scelto di mettere una donna, e non un dio o un antenato, al centro di tutto. Camminare tra i mostri di Bomarzo, oggi, significa ripercorrere la strada che un uomo innamorato ha scavato nella roccia per sfogare un cuore che non trovava altre parole. E arrivare, alla fine, in quel piccolo tempio silenzioso, capire che sotto tutti quei mostri, in fondo, c’era soltanto questo: un modo per continuare a dire, cinque secoli dopo, il nome di Giulia.


Continua il viaggio con Guidy

Sfingi, orchi, case pendenti e un tempietto silenzioso in fondo al bosco: il Sacro Bosco di Bomarzo è uno dei luoghi più sorprendenti della Tuscia, ma anche uno dei più difficili da leggere senza una guida. Con Guidy puoi scoprire tappa per tappa il percorso voluto dal Vicino Orsini, ritrovare sulla mappa ogni statua e ogni iscrizione, e proseguire il viaggio tra le altre meraviglie nascoste della provincia di Viterbo (come la Via Francigena o la vicenda storica di Amalasunta a Bolsena).

Perché alcuni giardini non nascono per essere ammirati in fretta. Nascono per raccontare, pietra dopo pietra, quanto si può amare qualcuno.

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