Luoghi Nascosti

Viterbo scolpita nel peperino: la pietra vulcanica che dà forma alla città

I granelli neri di biotite come pepe, le colate piroclastiche dei Cimini e l'architettura austera del Medioevo: come una roccia magmatica ha forgiato l'anima viterbese.

GuidyGuidy
12 settembre 20268 min di lettura
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Viterbo scolpita nel peperino: la pietra vulcanica che dà forma alla città

Ci sono città che appartengono al bianco accecante del travertino, come Roma; città che riflettono il rosso acceso del cotto e del mattone, come Siena o Bologna; e città che sono figlie del marmo candido, come Lucca o Pisa. Viterbo appartiene a un altro regno geologico: è una città d'ombra, di forza severa e di materia vulcanica. A darle sostanza, colore e memoria è una sola, onnipresente roccia: il peperino.

Basta varcare una qualsiasi delle antiche porte urbiche della cinta muraria — Porta Romana, Porta Fiorentina o Porta Faul — per rendersi conto che a Viterbo il peperino non è un semplice materiale da costruzione. È l'orizzonte visivo costante: sono in peperino le mura castellane merlate che cingono il colle per oltre quattro chilometri; sono in peperino i selciati delle vie e i gradini delle case; sono in peperino i maestosi profferli gotici, le mensole dei balconi, le fontane a fuso zampillanti e persino gli stemmi araldici con il leone rampante scolpiti sopra i portoni gentilizi.

Il respiro del vulcano: la nascita geologica

Per capire il segreto del peperino bisogna arretrare nel tempo profondo della Terra, in un'epoca geologica compresa tra un milione e trecentomila anni fa, durante il Pleistocene medio. In quella fase il paesaggio dell'Alto Lazio era dominato dall'attività parossistica del Distretto Vulcanico Cimino e dei Vulsini.

Il peperino è un ignimbrite, una roccia magmatica piroclastica formatasi dal deposito e dalla repentina saldatura ad altissima temperatura di colate ardenti di gas, ceneri, lapilli, pomici e frammenti di rocce sedimentarie strappate alle pareti dei condotti vulcanici. Il suo nome pittoresco e curioso deriva direttamente dal latino volgare piper (pepe): a suggerirlo fu la presenza caratteristica di innumerevoli e minutissime inclusioni scure e brillanti di biotite, pirosseno e magnetite sparse uniformemente all'interno della matrice tufacea grigio-cenerina, simili a granelli di pepe nero macinato su una pietra chiara.

La pietra docile che sfida i secoli

Dal punto di vista dell'arte muraria medievale, il peperino possedeva virtù prodigiose. Quando veniva estratto dal banco delle storiche cave di Vitorchiano, Soriano nel Cimino o della Palanzana, il masso si presentava relativamente tenero e friabile, quasi morbido, grazie all'umidità di cava imprigionata nei pori. Questo permetteva agli scalpellini viterbesi — maestranze celebri in tutto il Centro Italia — di tagliarlo agevolmente con seghe e scalpelli, sagomando conci squadrati perfetti, cornici di finestre e sculture complesse.

Una volta esposto all'aria e al sole, tuttavia, il peperino subiva una metamorfosi chimica: l'evaporazione dell'acqua e la carbonatazione dei sali minerali ne indurivano progressivamente la crosta esterna, rendendolo tenace, compatto e straordinariamente resistente agli agenti atmosferici, al gelo invernale e persino al fuoco degli assedi militari.

Viterbo nel peperino - Scorcio medievale e murature storiche in pietra vulcanica scura

Il grigio che muta con la luce: una poetica urbana

La vera magia del peperino risiede nella sua sensibilità atmosferica e cromatica. Non è un grigio spento o uniforme: nelle giornate di sole terso, la roccia assume una calda tonalità argentea dorata, con i cristalli minerali che luccicano se lambiti dalla luce radente. Quando invece scende la pioggia autunnale o la nebbia fitta dei monti Cimini avvolge la valle, il peperino si scurisce intensamente, trasformandosi in una materia color piombo e antracite che conferisce al quartiere di San Pellegrino e a Piazza del Plebiscito un'atmosfera cinematografica, quasi cavalleresca e noir.

Questa materia vulcanica è diventata la firma dell'architettura civile viterbese:

  • Le fontane a fuso: L'omogeneità della pietra ha permesso la creazione del modello idraulico medievale più celebre della Tuscia, con la caratteristica colonna centrale scolpita a pinnacolo ogivale che emerge dalle vasche lobate (come a Fontana Grande, a Piazza della Morte e a Piazza del Gesù).
  • I profferli: Le caratteristiche scale esterne a una rampa con parapetto monolitico, concepite non solo per accedere al piano nobile ma come scudo protettivo in pietra contro le aggressioni di strada.
  • Le sculture araldiche: La docilità della pietra ha consentito agli scultori duecenteschi di popolare la città di rilievi simbolici: draghi alati, chimere e soprattutto il Leone di Viterbo (il leone rampante che stringe la palma o la bandiera col giglio), guardiano fiero di ogni angolo monumentale.

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