Storia

Il ballo dei ceri giganti: perché Sassari si ferma per la Faradda dei Candelieri

Cinque secoli di storia, undici corporazioni di mestiere e pesanti colonne di legno che danzano al ritmo del tamburo per sciogliere il voto contro la peste del 1582.

GuidyGuidy
17 agosto 20269 min di lettura
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Il ballo dei ceri giganti: perché Sassari si ferma per la Faradda dei Candelieri

La sera del 14 agosto, a Sassari, ogni coordinata ordinaria del tempo e dello spazio si dissolve. Quando il ritmo ossessivo, cadenzato e primordiale del tamburo e del piffero risuona tra le vie lastricate del centro storico, una folla compatta di oltre centomila persone si stringe attorno a undici maestose colonne di legno policromo, dando vita a una delle feste civiche e religiose più potenti, complesse e spettacolari del Mediterraneo: la Faradda di li Candaleris (la Discesa dei Candelieri).

Riconosciuta dall'UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità all'interno della rete delle Grandi Macchine a Spalla italiane (insieme ai Gigli di Nola, alla Varia di Palmi e alla Macchina di Santa Rosa di Viterbo), la Faradda non ha nulla della parata turistica o della rievocazione folkloristica a beneficio dei visitatori. È il cuore pulsante della memoria collettiva sassarese: un patto solenne d'amore e riconoscenza che la città rinnova ininterrottamente dal 1582 con la Vergine Assunta, per ringraziarla della miracolosa liberazione da una spaventosa epidemia di peste che aveva decimato la popolazione.

L'anima democratica della città: i Gremi e le macchine lignee

A reggere il peso fisico e simbolico della festa sono i Gremi, le antiche corporazioni di arti e mestieri che fin dal XIII secolo hanno costituito l'ossatura economica, sociale e politica della città. Attualmente sono undici i gremi ammessi alla discesa ufficiale, disposti secondo un rigido ordine cerimoniale di anzianità e prestigio storico: Fabbri, Piccapietre, Viandanti, Contadini, Falegnami, Ortolani, Calzolai, Sarti, Muratori, Massai (i grandi proprietari terrieri) e Macellai.

Ciascun gremio possiede un proprio Candeliere: una gigantesca colonna cilindrica in legno d'abete o pioppo, alta più di tre metri e mezzo e con un peso che varia tra i trecento e i quattrocento chili. La struttura architettonica del candeliere si articola in tre elementi principali: il basamento quadrangolare (il piedistallo), dipinto con i simboli dell'arte corporativa; il fusto cilindrico centrale, decorato con le immagini della Madonna Assunta e del santo patrono del gremio; e il capitello a cuspide esagonale o quadrata, sormontato da un tripudio spettacolare di banderuole e nastri di seta policromi (li bandeleddi), lunghi decine di metri, che fluttuano nell'aria a ogni scatto della colonna.

A manovrare queste monumentali macchine di legno sono otto portatori (li paradori), scelti tra i membri più vigorosi del gremio per la loro straordinaria resistenza fisica e per la perfetta coordinazione nei movimenti. Al centro della squadra si muove il Capo Candeliere: è lui che, con un fischietto e secchi ordini vocali, comanda le fermate, le rotazioni e le spettacolari danze (li balli) del candeliere, facendo inclinare la pesantissima struttura a pochi centimetri dai volti degli spettatori assiepati lungo il percorso.

la faradda dei candelieri di sassari - La Chiesa di Santa Maria di Betlem meta finale del voto

La liturgia del giorno: dalla vestizione al brindisi civico

La giornata della Faradda segue un canovaccio rituale scandito da tappe immutabili. Sin dalle prime ore del mattino, i membri di ciascun gremio si radunano presso la sede corporativa o nella casa dell'operaio anziano (l'Obriere di Candeliere) per compiere il rito della vestizione: il candeliere viene lavato, lucidato, adornato con rami di mirto profumato, spighe di grano dorato, fiori freschi e coronato con il complicato intreccio di nastri colorati.

Nel primo pomeriggio, i candelieri lasciano le loro sedi e convergono verso piazza Castello, l'antico sito della fortezza aragonese demolita nell'Ottocento. Da qui prende avvio la vera e propria Faradda: una discesa lenta, faticosa ed esaltante lungo l'antico asse medievale di Corso Vittorio Emanuele (l'antica Platha de Cales). Lungo il tragitto, il corteo compie una sosta obbligata presso il Palazzo Civico: qui il Sindaco e la Giunta comunale si affacciano per assistere all'omaggio dei Gremi. È il momento del celebre brindisi di rito: il Sindaco versa il vino tipico nelle coppe degli anziani dei Massai pronunciando la formula augurale sassarese: A zent'anni! (A cent'anni!), a cui la piazza risponde con un boato fragoroso.

Se la folla applaude calorosamente l'omaggio dei candelieri al palazzo civico, l'annata politica e cittadina viene considerata benedetta; se invece il pubblico contesta o i candelieri tardano ad abbassarsi, la tradizione popolare vi legge il segno di tensioni sociali e di un'annata difficile. È il volto profondamente laico e democratico della festa, dove il popolo esercita il suo giudizio sui governanti prima di procedere al compimento del voto sacro.

Lo scioglimento del voto a Santa Maria di Betlem

Quando scende la notte e le torce illuminano i palazzi storici, il corteo giunge infine al cospetto della trecentesca Chiesa di Santa Maria di Betlem, antico convento francescano situato ai margini occidentali del centro storico. Qui si consuma l'atto finale e più commovente della festa.

I candelieri, sfiniti da oltre sei ore di danza ininterrotta sotto la calura estiva, devono varcare il portale della chiesa secondo il rigoroso ordine di precedenza. All'interno delle navate gotiche, tra il fumo dell'incenso e il silenzio teso della folla, ciascun candeliere compie tre solenni rotazioni attorno all'altare maggiore della Vergine dormiente, prima di essere adagiato a terra. Solo quando anche l'ultimo candeliere ha completato la sua danza, il guardiano del convento e il sindaco dichiarano ufficialmente sciolto il voto della città per un altro anno. In quel momento, la fatica dei portatori si trasforma in pianto liberatorio, abbracci e canti: Sassari ha rinnovato il suo patto con la storia, riaffermando la propria identità di comunità indivisibile.

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