Il Palazzo dei Papi e gli anni in cui Viterbo governò la cristianità
Per un quarto di secolo, il colle di San Lorenzo a Viterbo fu il baricentro del mondo medievale: intrighi dinastici, conclavi scoperchiati e la grandiosa loggia delle benedizioni in peperino.

Sul finire degli anni cinquanta del Duecento, Roma era una città insanguinata e ingovernabile. Le feroci contese tra le fazioni nobiliari dei baroni romani — Orsini, Colonna, Frangipane — e le violente insurrezioni popolari guidate dal senatore Brancaleone degli Andalò rendevano la residenza in Laterano e in Vaticano una trappola mortale per la corte pontificia. Fu in questo clima di aperta guerriglia civile che papa Alessandro IV, membro dell'illustre famiglia dei conti di Segni, prese una decisione epocale nel 1257: trasferire la Curia romana e la sede apostolica al sicuro dietro le poderose mura merlate di Viterbo.
Non fu un rifugio provvisorio. Per ventiquattro anni ininterrotti, fino al 1281, la florida cittadina della Tuscia divenne la vera capitale spirituale e diplomatica della cristianità occidentale, ospitando ben cinque pontefici, corti imperiali, ambascerie saracene e i più grandi teologi del tempo, tra cui San Tommaso d'Aquino e San Bonaventura da Bagnoregio.
Il simbolo trionfale di questa stagione irripetibile è il Palazzo dei Papi, un complesso architettonico senza eguali che ancora oggi domina il colle di San Lorenzo, stagliandosi contro il cielo con la sua austera e affascinante tonalità grigio-plumbea di roccia vulcanica.
L'ampliamento della fortezza e la Loggia delle Benedizioni
Per accogliere il papa con la magnificenza consona a un sovrano universale, il Comune di Viterbo e il capitano del popolo Raniero Gatti intrapresero tra il 1266 e il 1267 un grandioso cantiere di ampliamento dell'antico palazzo vescovile, arroccato sull'acropoli della città a strapiombo sulla verdeggiante valle di Faul.
L'edificio fu concepito con una doppia anima: fortezza inespugnabile verso la valle, con mura cieche e poderose scarpate in conci regolari di peperino locale, e palazzo di rappresentanza sontuoso verso la piazza. L'accesso al piano nobile avviene attraverso una ripida e scenografica gradinata monumentale fiancheggiata da un leone araldico, simbolo della fiera autonomia comunale viterbese.

Ma il vertice lirico dell'intero complesso è la celeberrima Loggia delle Benedizioni (nota anche come Loggia del Gatti), eretta nel 1267. Costruita anch'essa interamente in peperino, la loggia presenta un raffinato traforo gotico a sette archi trilobati sorretti da snelle colonnine binate, arricchite da stemmi papali, leoni e motivi fitomorfi. Dalla terrazza della loggia il pontefice si affacciava per impartire la solenne benedizione Urbi et Orbi alle folle di pellegrini radunate nella piazza sottostante.
Una parte del traforo del lato orientale crollò rovinosamente nel 1325 a causa del cedimento di una volta sottostante, conferendo alla loggia quell'aspetto asimmetrico e suggestivo che oggi si spalanca come una finestra aperta sul panorama collinare della Tuscia. Al centro del pavimento della loggia zampilla una graziosa fontana quattrocentesca, alimentata dai condotti idraulici medievali che salivano fino alla rocca.
La Sala del Conclave e l'elezione che cambiò la Chiesa
Varcato il portale d'ingresso al primo piano, ci si ritrova nella vasta Sala del Conclave (all'epoca detta Aula Magna). Si tratta di un ambiente monumentale a navata unica, illuminato da bifore ogivali aperte sulla valle, dove si svolsero alcuni dei capitoli più drammatici e decisivi della storia europea.
Il 29 novembre 1268 morì a Viterbo papa Clemente IV, il pontefice francese che aveva chiamato Carlo d'Angiò alla conquista del Regno di Sicilia contro gli Svevi. I cardinali riuniti per eleggere il successore erano diciotto: divisi in due fazioni inconciliabili (quella filo-francese vicina agli Angiò e quella nazional-italiana ostile all'egemonia straniera), iniziarono a discutere senza trovare alcun compromesso. I mesi passavano, le stagioni si alternavano e la sede vacante gettava l'intera Europa nell'incertezza politica.
Dopo oltre un anno e mezzo di stallo e continui rinvii, la popolazione di Viterbo, stanca di mantenere a proprie spese la costosissima Curia pontificia, decise di passare alle maniere forti. Sotto la guida energica del capitano del popolo Raniero Gatti e del podestà Alberto da Montebuono, i viterbesi chiusero a chiave le pesanti porte della grande sala (clausi cum clave, da cui l'origine etimologica del termine "conclave"), murarono le finestre e posero guardie armate a tutti gli ingressi per impedire contatti con l'esterno.
Di fronte alla pervicace ostinazione dei cardinali, che continuavano a temporeggiare, nell'estate del 1270 Raniero Gatti ordinò l'atto più clamoroso della storia ecclesiastica: salire sul tetto del palazzo e scoperchiarlo completamente, togliendo tegole e travi per esporre gli illustri porporati al sole cocente del solleone e agli improvvisi nubifragi estivi. Come ulteriore misura coercitiva, la razione di cibo venne drasticamente ridotta: pane, acqua e poche verdure. I cardinali, costretti a ripararsi sotto improvvisate tende da campo piantate sul pavimento della sala, cedettero infine alla fame e alla fatica: delegarono una commissione ristretta di sei di loro che, il 1° settembre 1271, elesse all'unanimità Tedaldo Visconti, arcidiacono di Liegi (all'epoca nemmeno sacerdote, trovandosi in Terra Santa per la crociata), che assunse il nome di Gregorio X.
Fu un'elezione fondamentale: proprio per impedire il ripetersi di simili vergognose lungaggini, Papa Gregorio X emanò nel 1274 durante il Concilio di Lione la celebre costituzione apostolica Ubi Periculum, istituendo formalmente per la prima volta l'obbligo del conclave a porte chiuse con isolamento assoluto e progressiva riduzione delle vettovaglie per i collegi cardinalizi ritardatari.
Papi, filosofi e tragedie medievali
Gli anni viterbesi del papato non furono segnati soltanto da intrighi diplomatici, ma anche da una straordinaria fioritura intellettuale e da drammi repentini. Nel 1276 salì al soglio pontificio l'unico papa portoghese della storia: Pietro Ispano, con il nome di Giovanni XXI. Uomo di immensa cultura, celebre medico, matematico e filosofo logico citato con onore persino da Dante Alighieri nel Paradiso della Divina Commedia ("Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli"), Giovanni XXI amava isolarsi per studiare le orbite dei pianeti e condurre esperimenti medici.
Per godere di tranquillità e di luce naturale, si fece costruire un'ala privata con grandi finestre nella parte residenziale del palazzo viterbese. Ma la fretta costruttiva o un difetto strutturale furono fatali: nella notte del 14 maggio 1277, la volta in pietra della sua nuova stanza crollò improvvisamente mentre il papa dormiva. Estratto gravemente ferito dalle macerie, il pontefice-scienziato si spense sei giorni dopo tra atroci sofferenze; il suo sepolcro marmoreo è custodito ancora oggi nella navata della vicina cattedrale di San Lorenzo.
Il periodo pontificio di Viterbo si concluse traumaticamente nel 1281 con l'elezione del francese Martino IV, avvenuta in un clima di tumulti di piazza fomentati da Carlo d'Angiò e dall'arresto violento di alcuni cardinali romani da parte del popolo. Sdegnato per l'accaduto, Martino IV decise di abbandonare per sempre Viterbo, trasferendo la sede prima a Orvieto e poi a Perugia, ponendo fine alla stagione più splendida della storia cittadina.
Il Palazzo oggi: visita al colle di San Lorenzo
Oggi il Palazzo dei Papi fa parte del circuito monumentale del Colle del Duomo di Viterbo, che include la cattedrale romanica con il suo elegante campanile gotico a fasce bicrome orizzontali e il Museo Colle del Duomo. Visitare la grandiosa Sala del Conclave, affacciarsi dalle arcate della Loggia del Gatti e percorrere le scuderie sotterranee scavate nel tufo consente di rivivere le tensioni, la spiritualità e la formidabile audacia politica di un'epoca in cui da questa rocca tufacea si decidevano le sorti del mondo.
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