Storia

Is Animeddas, Su Mortu Mortu: la notte in cui i morti avevano il volto dei bambini

In Sardegna, tra Ognissanti e la commemorazione dei defunti, i bambini diventavano ambasciatori degli antenati. Un viaggio tra questue rituali, canti funebri, tombe millenarie e antiche credenze, alla scoperta di un patrimonio culturale in cui persino la morte partecipava al ciclo della vita.

GuidyGuidy
1 novembre 20269 min di lettura
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Is Animeddas, Su Mortu Mortu: la notte in cui i morti avevano il volto dei bambini

C’è una domanda che raramente ci poniamo quando, il 31 ottobre, vediamo i bambini attraversare le strade con maschere e sacchetti in cerca di dolci: perché sono proprio loro a interpretare i morti?

La risposta, almeno in alcune antiche tradizioni popolari, va ben oltre il travestimento e il gioco. In Sardegna, nei giorni che separano Ognissanti dalla commemorazione dei defunti, si rinnovava un rituale in cui i bambini assumevano un ruolo sorprendente: diventavano i rappresentanti delle anime. Attraversavano i vicoli, bussavano alle porte e ricevevano offerte alimentari. Ogni dono, però, aveva un destinatario simbolico diverso da chi lo teneva tra le mani. Era rivolto ai morti. Dietro un gesto apparentemente semplice si nascondeva un’intera concezione dell’esistenza: il rapporto tra nascita e morte, la fertilità della terra, il potere attribuito agli antenati e il bisogno umano di mantenere una relazione con chi aveva lasciato il mondo. Una storia che attraversa i secoli e che, ancora oggi, continua a essere raccontata nei paesi dell’isola.

Una festa, molti nomi: quando i bambini chiedevano per le anime

Is Animeddas, Su Mortu Mortu, Su Prugadoriu, Li Molti e Molti. Le denominazioni cambiano attraverso le regioni storiche della Sardegna, insieme alle formule pronunciate dai bambini e alle modalità della questua. Nel Campidano si parla di Is Animeddas, le piccole anime. Nel Nuorese è diffusa la denominazione Su Mortu Mortu. A Seui, nell’Ogliastra, la tradizione è conosciuta come Su Prugadoriu, con un riferimento evidente al Purgatorio cristiano. In Gallura, invece, si tramanda Li Molti e Molti, la richiesta di doni per i defunti. La scena era familiare a molte comunità.Nei giorni stabiliti dalla consuetudine locale, generalmente tra il 31 ottobre e il 2 novembre, gruppi di bambini percorrevano le strade del paese, annunciando la propria presenza con formule rituali. Le famiglie li accoglievano offrendo pane, noci, castagne, mandorle, melagrane e dolci tradizionali, tra cui i papassinos, preparati con ingredienti come uva passa e frutta secca.In alcune località, con il tempo, alle offerte alimentari si aggiunsero monete, caramelle e piccoli oggetti. A prima vista, una scena che ricorda l’attuale Halloween. Ma il significato originario della questua apparteneva a un universo religioso e simbolico differente. I doni non costituivano una semplice ricompensa per i bambini. Nella religiosità popolare, potevano essere interpretati come offerte alle anime dei defunti, anche con la funzione cristiana di alleviarne le pene del Purgatorio. Era un gesto che coinvolgeva l’intera comunità. Una porta aperta significava ospitalità, solidarietà e partecipazione a una memoria condivisa.

Eppure, rimane una domanda: *perché affidare proprio ai bambini il compito di rappresentare chi era morto? *

Il bambino e l’antenato: due estremi della stessa esistenza

L’antropologo Sebastiano Mannia, autore di importanti studi sulle questue infantili sarde, descrive i bambini come figure vicariali dei defunti: persone che, all’interno del rito, ne assumono simbolicamente il ruolo. Per comprendere questa associazione bisogna allontanarsi dalla nostra concezione abituale del tempo, organizzata secondo una progressione lineare: si nasce, si cresce, si invecchia e infine si muore. Nelle concezioni cicliche dell’esistenza, invece, il principio e la fine possono risultare simbolicamente vicini. Il neonato, appena entrato nel mondo, si trova in prossimità di quella stessa soglia che il defunto ha attraversato in direzione opposta. È questa condizione a renderlo, nell’immaginario popolare, un possibile intermediario tra due dimensioni. Un legame che trova espressione anche nell’usanza sarda di attribuire ai nuovi nati i nomi degli antenati, ricordata nella formula torrare a lùmene sos mannos: dare ai bambini il nome dei loro avi. Il nome diventa così uno strumento di continuità familiare. La vita di un individuo termina, ma qualcosa di lui torna a circolare tra i vivi: un’identità, una memoria, un’appartenenza. Nelle questue dei defunti, questa vicinanza assume una forma concreta. Il bambino che riceve un dono diventa il tramite attraverso cui una famiglia rinnova il proprio rapporto con le anime. La sua presenza permette di trasformare un’assenza in un incontro rituale.

Perché ai morti si offrivano proprio pane, noci e semi?

Il significato delle offerte apre un’altra dimensione, forse ancora più sorprendente, della tradizione. Nel mondo agropastorale, i defunti non appartenevano esclusivamente alla sfera del ricordo o della paura. Si attribuiva loro anche la capacità di influenzare la fertilità della terra e la prosperità delle coltivazioni. Il motivo è custodito in un’immagine antichissima. Sotto terra riposavano i morti. Sotto quella stessa terra venivano affidati i semi, in attesa che germogliassero. Non è casuale che molte questue dedicate alle anime si svolgessero proprio nel periodo autunnale, quando iniziavano le operazioni di semina. Gli antenati e il grano condividevano, simbolicamente, un medesimo spazio. E proprio da questa concezione deriva una delle espressioni più suggestive della lingua sarda. In campidanese, morire poteva dirsi andai a biri is trigus: andare a vedere il grano. La formula sembra capovolgere il significato stesso della sepoltura. La terra che accoglie i morti è anche quella che custodisce la possibilità di una nuova vita. In questo universo simbolico, donare noci, mandorle, frutta secca e dolci contenenti semi significava partecipare a un ciclo di rigenerazione che coinvolgeva i defunti, i vivi e la natura.La morte perdeva così il carattere di separazione assoluta che siamo abituati ad attribuirle. Da qui emerge una delle intuizioni più profonde custodite dalle antiche culture contadine: ciò che viene sepolto non è necessariamente ciò che smette di generare.

La tavola dei morti: quando gli assenti tornavano a casa

La questua dei bambini rappresentava soltanto una delle forme attraverso cui veniva immaginato il ritorno degli antenati. In diverse comunità sarde, soprattutto nella notte tra il 1° e il 2 novembre, si usava lasciare la tavola imbandita per i familiari defunti. Pane, vino e pietanze care agli scomparsi rimanevano a disposizione delle anime che, secondo la credenza, sarebbero tornate temporaneamente nelle proprie abitazioni. Il dettaglio più affascinante riguarda il modo in cui si immaginava che potessero nutrirsi. Le anime non consumavano materialmente le pietanze: trovavano conforto nel loro profumo. Il profumo possiede infatti una caratteristica che lo rende particolarmente adatto a rappresentare il mondo degli spiriti: può essere percepito, ma non trattenuto. È una presenza senza corpo. Nelle testimonianze raccolte a Seui emergono anche ricordi di porte lasciate accessibili, recipienti d’acqua e vino e cibo preparato tanto per le anime quanto per le persone bisognose. La casa diventava così uno spazio di ospitalità che superava idealmente i confini della morte. Attraverso il rituale, la famiglia continuava a riservare un posto a chi non poteva più occuparlo. Un gesto che racconta quanto la memoria degli antenati fosse parte della vita quotidiana e dell’organizzazione sociale della comunità.

Nella pietra e nella voce: la memoria degli antenati in Sardegna

Il rapporto dell’isola con la morte attraversa anche il suo patrimonio archeologico e musicale. Nella Gallura dell’età del Bronzo, la tomba dei giganti di Coddu Vecchiu, presso Arzachena, testimonia l’importanza delle sepolture collettive nella civiltà nuragica. La monumentale stele di granito, alta oltre quattro metri, presenta un piccolo portello alla base, probabilmente utilizzato per deporre offerte funerarie. La struttura conserva uno spazio cerimoniale davanti alla sepoltura e testimonianze materiali che gli archeologi hanno collegato ai rituali in onore dei defunti. La stele è stata interpretata anche come una rappresentazione simbolica della porta verso l’aldilà. È una testimonianza di molti secoli precedente alle questue autunnali documentate dall’etnografia. Non esistono prove sufficienti per affermare che le tradizioni di novembre discendano direttamente dai riti nuragici. Esiste, tuttavia, un interrogativo ricorrente: quale relazione costruiscono i vivi con il luogo in cui riposano i morti? Un’altra risposta appartiene al patrimonio orale.

S’attitu era il lamento funebre tradizionale, affidato soprattutto alla voce delle donne. Le attitadoras ricordavano attraverso il canto le qualità del defunto, le vicende della sua vita e il dolore della perdita. Talvolta improvvisati, questi lamenti erano accompagnati da gesti rituali e costituivano una forma collettiva di espressione del lutto. Se la tomba dava alla morte uno spazio, il canto le restituiva una voce. Sono pratiche nate in contesti ed epoche differenti, ma mostrano quanto il rapporto con i defunti abbia attraversato molteplici forme del patrimonio culturale sardo: l’architettura, la musica, la lingua, il rito e il racconto popolare.

Da Halloween a Su Prugadoriu: una tradizione che continua a trasformarsi

Oggi la questione non riguarda soltanto la conservazione del passato. Halloween è entrato anche nel calendario festivo della Sardegna, affiancandosi in alcuni contesti alle tradizioni locali e sostituendole in altri. Il rapporto tra queste celebrazioni è stato studiato da Sebastiano Mannia, che ha evidenziato come le comunità non si limitino a preservare immutabilmente i rituali, ma li reinterpretino alla luce dei cambiamenti sociali. Un esempio significativo è Seui, dove dal 30 ottobre al 1° novembre 2026 si è svolta la trentesima edizione della manifestazione Su Prugadoriu. Il centro storico è diventato un percorso dedicato ai riti delle anime, agli antichi mestieri, alla gastronomia e alla memoria comunitaria. In Gallura, il Comune di Palau ha promosso anche nel 2026 iniziative dedicate a Li Molti e Molti, coinvolgendo i bambini nella preparazione dei papassini, nella realizzazione di cestini e nella riscoperta dei doni tradizionali.

Queste iniziative mostrano un aspetto spesso trascurato del patrimonio culturale immateriale.

Una tradizione non sopravvive soltanto perché viene descritta in un libro o conservata in un archivio. Continua a esistere quando una comunità ne riconosce il valore, la trasmette e trova nuove occasioni per praticarla. Naturalmente, recuperare un rito significa anche reinterpretarlo. La festa contemporanea non è necessariamente identica a quella vissuta dalle generazioni precedenti. È proprio questa trasformazione a renderla un oggetto di studio ancora vivo.

Dove finisce un antenato e comincia un discendente?

In fondo, la memoria familiare e quella culturale condividono una caratteristica: sopravvivono attraverso qualcuno che le porta avanti.

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