Il conclave più lungo della storia e il tetto scoperchiato di Viterbo
Millequarantasette giorni senza papa, diciotto cardinali bloccati dai veti e la rivolta della città: come l'impazienza dei viterbesi cambiò l'elezione pontificia.

Nel novembre del 1268, all'interno del monumentale Palazzo Papale arroccato sul colle di San Lorenzo a Viterbo, moriva Papa Clemente IV. Secondo la prassi consolidata della Chiesa medievale, i cardinali del Sacro Collegio avrebbero dovuto riunirsi per qualche giorno o al massimo qualche settimana, pregare, trovare un compromesso politico tra le fazioni e proclamare il nuovo successore di Pietro. Nessuno dei presenti avrebbe mai potuto immaginare che quella sede vacante si sarebbe trascinata per quasi tre anni — esattamente millequarantasette giorni — trasformandosi nell'elezione pontificia più lunga, logorante e rocambolesca di tutta la storia della cristianità.
E soprattutto, nessuno avrebbe mai immaginato che a spezzare l'inerzia diplomatica dei porporati non sarebbe stato un miracolo divino o un trattato tra sovrani, ma la collera feroce e pragmatica del popolo viterbese, pronto a togliere letteralmente il tetto sulla testa dei principi della Chiesa.
Il vicolo cieco della geopolitica: francesi contro italiani
A bloccare l'elezione erano appena diciotto cardinali, divisi in due blocchi monolitici e irriducibili. Da una parte la fazione filo-francese, sostenuta dal potentissimo Carlo I d'Angiò re di Sicilia, decisa a imporre un pontefice transalpino che legasse il destino della Chiesa alla corona capetingia; dall'altra la fazione filo-italiana e romana, guidata dai cardinali della famiglia Orsini e Ottaviano degli Ubaldini, ostile all'egemonia angioina e intenzionata a riportare il papato a Roma.
Per mesi i cardinali si riunirono quotidianamente nella Sala Grande del palazzo, votando a vuoto, scambiandosi accuse, rilanciando candidature di comodo e tornando a cena nei propri lussuosi appartamenti privati allestiti nei palazzi cittadini. Con il passare delle stagioni, l'Europa intera cominciò a guardare con imbarazzo e indignazione a quel vuoto di potere. Re Carlo d'Angiò e il re Filippo III l'Ardito di Francia giunsero personalmente a Viterbo nel 1270, reduci dall'ottava crociata, per sollecitare i porporati, ma senza alcun risultato.
Cum clave: la serrata della Sala dei Papi
A quel punto, la pazienza della comunità di Viterbo si esaurì. Mantenere per anni le corti personali di diciotto cardinali, con il loro seguito di centinaia di dignitari, guardie armate, cuochi, cavalli e servitori, stava dissanguando le finanze della città, paralizzandone l'economia e alimentando risse sanguinose nelle taverne.
All'inizio del 1270, il Podestà di Viterbo, Alberto di Montebuono, e il Capitano del Popolo, il nobile e risoluto Raniero Gatti, decisero di prendere in mano la situazione. Il 1° giugno 1270 ordinarono alle guardie civiche di scortare tutti i cardinali all'interno della Sala Grande del palazzo e di sbarrare le pesanti porte d'accesso dall'esterno con catene e lucchetti, impedendo a chiunque di uscire finché non fosse stato eletto il pontefice.
Nacque esattamente in quell'istante, dal latino cum clave ("chiuso a chiave"), il termine e l'istituto canonico del Conclave. I viterbesi tagliarono i contatti con l'esterno, limitando l'accesso ai soli medici e controllando minuziosamente ogni canestro di cibo per evitare che all'interno venissero recapitati biglietti cifrati o istruzioni segrete dai sovrani europei.

Il tetto scoperchiato e la dieta a pane e acqua
I cardinali, tuttavia, continuarono a resistere e a non trovare la maggioranza dei due terzi. Fu allora che Raniero Gatti compì il gesto che passò alla leggenda. Salito sul tetto del Palazzo Papale insieme a squadre di carpentieri e muratori cittadini, diede ordine di smantellare le capriate di legno e di asportare integralmente le tegole di terracotta e il piombo che coprivano la sala.
I cardinali si ritrovarono improvvisamente a cielo aperto, esposti al sole cocente dell'estate laziale, all'umidità della notte e alle piogge scroscianti dei temporali appenninici. Per ripararsi, i porporati furono costretti a montare tende militari di cuoio e stoffa all'interno della navata gotica, mentre il cardinale inglese Giovanni da Toledo ironizzava con amara sagacia scrivendo: "Scoperchiamo il tetto, fratelli, così permettiamo allo Spirito Santo di scendere direttamente sulle nostre teste, visto che attraverso le tegole non riesce a passare!".
Come se non bastasse, Raniero Gatti passò alla fase successiva della pressione psicologica: ridusse drasticamente le razioni alimentari, passando dalle carni arrosto e dal vino speziato a un regime carcerario di pane duro, acqua e verdure lesse.
L'elezione di Gregorio X e la nascita delle regole moderne
Davanti al freddo, alla pioggia e alla fame, la resistenza dei cardinali crollò. Per uscire dall'incubo, il 1° settembre 1271 i diciotto elettori decisero di delegare la scelta a una commissione ristretta di soli sei cardinali. Quello stesso giorno, a sorpresa, la commissione elesse all'unanimità un candidato esterno al Sacro Collegio, che non si trovava nemmeno in Italia: Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, allora impegnato ad Acri in Terra Santa al fianco del principe Edoardo d'Inghilterra nella nona crociata.
Assunto il nome di Papa Gregorio X, il nuovo pontefice, memore della drammatica esperienza viterbese, decise di trasformare quella misura punitiva in legge universale della Chiesa. Nel 1274, durante il Concilio di Lione, promulgò la celebre costituzione apostolica Ubi Periculum, che istituì ufficialmente il Conclave per tutte le future elezioni papali: clausura obbligatoria, isolamento totale dal mondo esterno, divieto di redditi cardinalizi durante la sede vacante e riduzione progressiva del vitto dopo i primi giorni di stallo.
Ancora oggi, quando visitiamo la Sala dei Papi a Viterbo, le mensole in peperino dove poggiavano le travi del tetto scoperchiato e le feritoie delle mura ci ricordano il giorno in cui il coraggio ribelle dei cittadini costrinse la Chiesa a rinnovare se stessa.
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