Arte e Letteratura

Il Mosè di Michelangelo: la statua che sembra sul punto di alzarsi

Nel silenzio della basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, il capolavoro della 'tragedia della sepoltura': l'energia incontenibile, la barba morbida come seta e l'antico enigma delle corna.

GuidyGuidy
19 settembre 20268 min di lettura
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Il Mosè di Michelangelo: la statua che sembra sul punto di alzarsi

All'interno della quieta navata della basilica di San Pietro in Vincoli, sull'altura del colle Esquilino a pochi passi dal Colosseo, si consuma uno dei più potenti miracoli della scultura di tutti i tempi. Seduto su un trono di pietra, con le Tavole della Legge strette sotto il braccio destro, un gigante di marmo bianco osserva chi gli si avvicina con uno sguardo carico di una tensione così palpabile da togliere il fiato.

È il Mosè di Michelangelo Buonarroti, scolpito tra il 1513 e il 1515 per il monumento funebre di papa Giulio II della Rovere. Più che una figura inerte di pietra, il profeta biblico appare come una forza della natura momentaneamente trattenuta: le vene gonfie delle braccia, la complessa torsione del busto, il piede sinistro arretrato che fa leva sul suolo e i muscoli delle gambe tesi come corde di violino comunicano l'impressione inequivocabile di un uomo sul punto di balzare in piedi per scagliare la sua collera divina.

La leggenda vuole che lo stesso Michelangelo, una volta terminata la lucidatura finale e contemplata l'assoluta vitalità della sua opera, sia stato colto da un impeto di folle esaltazione e abbia colpito il ginocchio della statua con lo scalpello gridando: "Perché non parli?!".

La 'tragedia della sepoltura': quarant'anni di tormenti

Se oggi il Mosè si trova incastonato in una tomba a parete in una chiesa secondaria e non al centro della grandiosa basilica di San Pietro in Vaticano, è a causa di quella che lo stesso artista definì con amarezza "la tragedia della sepoltura".

Nel 1505 il vulcanico papa Giulio II convocò a Roma il trentenne Michelangelo affidandogli un progetto faraonico: un mausoleo monumentale a pianta rettangolare, isolato su quattro lati, popolato da oltre quaranta colossali statue in marmo e bronzo dorato, destinato a dominare la crociera vaticana sopra la tomba dell'apostolo Pietro. Michelangelo trascorse otto mesi estenuanti nelle cave di Carrara a scegliere personalmente i blocchi di pietra più candidi e compatti.

Mosè di Michelangelo a Roma - Dettaglio della tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli

Ma al suo ritorno a Roma, l'attenzione del papa era mutata: consigliato dall'architetto Donato Bramante, Giulio II decise di investire tutti i fondi pontifici nella totale demolizione e ricostruzione della basilica di San Pietro e ordinò a Michelangelo di sospendere il cantiere della tomba per dipingere la volta della Cappella Sistina.

Dopo la morte del pontefice nel 1513, gli eredi Della Rovere ridimensionarono drasticamente il progetto originale, stipulando col maestro ben sei contratti successivi in quarant'anni di estenuanti liti giudiziarie, minacce e ansie economiche. Il mausoleo colossale a quattro facce fu ridotto a un monumento addossato alla parete; le quaranta figure divennero solo sette; e nel 1545, ormai settantenne e sfinito, Michelangelo completò la struttura a San Pietro in Vincoli, dove il Mosè fu collocato al centro del registro inferiore, affiancato dalle statue di Rachele e Lia (simboli della vita contemplativa e della vita attiva).

L'enigma delle corna: un errore di traduzione millenario

Uno degli elementi che più sorprende chiunque si accosti per la prima volta al Mosè è la presenza di due piccole corna che spuntano tra i vigorosi boccoli della sua capigliatura.

Lungi dall'essere un attributo demoniaco o grottesco, si tratta del riflesso scultoreo di un celebre errore filologico di traduzione. Nel libro dell'Esodo (34, 29), il testo ebraico biblico narra che quando Mosè discese per la seconda volta dalla cima del monte Sinai recando le nuove Tavole dell'Alleanza, il suo volto risplendeva di luce divina per aver parlato a faccia a faccia con Dio: l'antico termine ebraico karan significa appunto "emettere raggi" o "irradiare bagliori".

Tuttavia, nella lingua ebraica antica priva di vocali scritte, la radice consonantica K-R-N può essere letta sia come karan (raggiante) sia come keren (corno). Quando alla fine del IV secolo San Girolamo redasse la Vulgata — la traduzione ufficiale della Bibbia in latino — confuse i due termini e tradusse la frase con cornuta esset facies sua ("la sua faccia era cornuta"). Per secoli l'iconografia medievale e rinascimentale riprodusse fedelmente questo dettaglio, che Michelangelo trasfigurò in due vigorosi getti di pietra che sembrano quasi fasci di luce solificata.

La barba come cascata d'acqua e la torsione a novanta gradi

Basta osservare da vicino la scultura per rimanere sbalorditi dalla perizia tecnica con cui Michelangelo trattò il marmo, facendolo apparire morbido come seta, carne o velluto. La lunga barba fluente scende a onde parallele sul petto come una cascata d'acqua viva, attraversata e accarezzata dalle dita lunghe e nervose della mano destra del profeta.

Negli anni venti del Cinquecento, ben venticinque anni dopo aver scolpito la prima versione della statua, Michelangelo tornò a rimettere mano al Mosè con un colpo di genio anatomico quasi miracoloso. Ritenendo che lo sguardo frontale risultasse troppo statico rispetto alla nuova collocazione della tomba nella navata laterale, l'artista riuscì a ruotare la testa del profeta di novanta gradi verso sinistra e ad arretrare il ginocchio e il piede opposti, "scavando" nuovamente il marmo già rifinito senza lasciare alcuna traccia di giunture: un tour de force tecnico che nessun altro scultore al mondo avrebbe mai osato tentare.

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