La Torre di Chia: il rifugio di Pasolini nella tuscia viterbese, oggi al centro in una contesa
“Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri e lì comporre musica, l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”.

Tra le forre e i boschi della Tuscia, Pier Paolo Pasolini trovò una fortificazione del XIII secolo e vi costruì la sua ultima casa. Un luogo nel quale architettura, paesaggio e pensiero sembrano ancora inseparabili.

«Il sole indora Chia con le sue querce rosa, e gli Appennini sanno di sabbia calda.»
Nelle parole di Pier Paolo Pasolini, Chia non è un semplice luogo geografico. È una materia viva fatta di luce, rocce, alberi e corsi d’acqua. Un paesaggio nel quale lo scrittore riconobbe qualcosa che l’Italia del boom economico stava rapidamente perdendo.
In Poeta delle ceneri immaginò di vivere con i propri strumenti nella “torre di Viterbo” che ancora non riusciva a comprare. La definì «il paesaggio più bello del mondo».
Quella torre esiste davvero. È il Castello di Colle Casale, oggi conosciuto come Torre di Chia, nel territorio di Soriano nel Cimino.
Un castello tra le forre della Tuscia
Il Castello di Colle Casale sorge vicino alla confluenza del Fosso Castello con il Fosso Fontana Vecchia, su uno sperone di terra naturalmente protetto dalle profonde gole della Tuscia.
Il complesso risale al XIII secolo e comprende una cinta muraria merlata, i resti del castello e due torri a pianta pentagonale. La più alta raggiunge i quarantadue metri e ancora oggi emerge sopra le querce, visibile da gran parte del territorio circostante.
Nei dintorni si conservano tracce di insediamenti più antichi, tombe rupestri e resti dei mulini che un tempo sfruttavano la forza dei torrenti. Nel corso dei secoli il castello passò attraverso diversi domini, tra i quali quelli degli Orsini, dei Lante della Rovere e dei Borghese, prima di perdere la propria funzione militare ed essere progressivamente assorbito dalla vegetazione.
Quando Pasolini lo conobbe, non trovò un monumento restaurato ma una rovina immersa nel bosco. Fu proprio quella condizione incompiuta ad affascinarlo.
Dalla Tuscia alla Palestina
Pasolini arrivò a Chia tra il 1963 e il 1964, durante le ricerche per Il Vangelo secondo Matteo. Per ricostruire la Palestina del tempo di Cristo non cercò scenografie artificiali, ma paesaggi italiani che conservassero ancora una dimensione arcaica. Matera divenne Gerusalemme, mentre le cascate del Fosso Castello, sotto la Torre di Chia, furono scelte per la scena del battesimo di Gesù. Nei torrenti, nelle rocce e nei boschi della Tuscia riconobbe la sopravvivenza di un mondo rurale non ancora completamente trasformato dall’industrializzazione. Continuò a tornare in questi luoghi per diversi anni, finché nel 1970 riuscì ad acquistare Colle Casale con la torre e i ruderi del castello.
Una casa costruita in ascolto delle rovine
La residenza venne progettata dall’architetto palermitano Ninfo Burruano, con la collaborazione del giovane scenografo Dante Ferretti, futuro vincitore di tre premi Oscar. Il progetto fu presentato nel 1971.
Pasolini non volle ricostruire il castello né sovrapporre alle rovine un edificio dominante. La casa venne addossata alla cinta medievale e sviluppata in orizzontale, seguendo l’andamento concavo delle mura.
Le pareti di peperino furono lasciate a vista. Il cotto venne utilizzato per i pavimenti, il legno per i pilastri e i soffitti, mentre le grandi vetrate portarono il bosco dentro gli ambienti.
Il progetto originario prevedeva persino un tetto ricoperto d’erba, pensato per mimetizzare ulteriormente la costruzione. Durante i lavori, inoltre, Pasolini fece modificare il percorso del ponticello d’ingresso per evitare l’abbattimento di una quercia.
Accanto alla casa venne realizzato un padiglione destinato alla pittura. Tutto rispondeva allo stesso principio: non adattare il paesaggio all’abitazione, ma lasciare che fosse il luogo a determinare la forma dell’architettura.

La vita di Pasolini a Chia
Nella casa di Chia Pasolini dipinse, scrisse molte delle Lettere luterane e continuò a lavorare a Petrolio, il romanzo rimasto incompiuto. Qui ricevette amici e collaboratori come Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Sergio Citti e Ninetto Davoli.
Nell’ottobre del 1975 vi fu ritratto da Dino Pedriali. Le fotografie lo mostrano mentre legge, scrive e disegna all’interno degli ambienti essenziali della casa. Secondo alcuni studiosi, Pasolini avrebbe voluto utilizzare parte di quegli scatti proprio per Petrolio. Diventarono invece i suoi ultimi grandi ritratti, realizzati poche settimane prima della morte.
Chia, però, non fu soltanto un luogo di isolamento creativo. Pasolini frequentava gli abitanti, fondò una squadra di calcio per i ragazzi e nel 1974 organizzò il concorso Case di Chia nel verde, mettendo in palio premi per chi avesse migliorato gli spazi esterni del paese piantando lecci, ulivi e allori.
Si impegnò inoltre per il riconoscimento dell’allora Libera Università della Tuscia. La sua idea di patrimonio comprendeva chiese e castelli, ma anche muretti, logge, sentieri e casali agricoli: tutti quegli elementi apparentemente minori che, insieme, definiscono l’identità di un territorio.
La casa di Chia tradusse questa visione in architettura. Il nuovo non venne costruito sopra l’antico, ma accanto ad esso.
Una storia ancora aperta: la contesa
Dopo la morte di Pasolini, la casa fu custodita dalla cugina Graziella Chiarcossi e nel 2001 venne sottoposta a tutela. Nel 2021, dopo il mancato esercizio del diritto di prelazione da parte dello Stato, il complesso fu acquistato dall’attore Gabriele Gallinari, che avviò interventi di restauro e ne rese possibile l’apertura al pubblico. Dal 2022 l’Università Agraria di Chia rivendica però la natura collettiva dei terreni sui quali sorgono la torre e la casa. Nel 2025 una sentenza ha riconosciuto il complesso come proprietà collettiva dei “naturali di Chia”, annullando la compravendita e disponendone la reintegrazione nel patrimonio civico. Gallinari ha presentato ricorso. La decisione definitiva è attesa nel 2028 e la vicenda giudiziaria resta aperta.
Al di là della proprietà, il valore culturale della Torre di Chia è ormai evidente. È insieme castello medievale, architettura del Novecento, paesaggio cinematografico e luogo della creazione pasoliniana.
Pasolini scelse di abitare accanto alle rovine senza cancellarle. È forse questa la lezione più attuale della Torre di Chia: il patrimonio vive anche nella relazione, fragile e preziosa, tra ciò che costruiamo e ciò che decidiamo di lasciare intatto.
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