Il Quarto Stato: un’opera di dignità, giustizia e rabbia
Cinque metri e mezzo di tela, dieci anni di lavoro e una folla che continua ad avanzare. Come Giuseppe Pellizza da Volpedo trasformò le rivendicazioni dei lavoratori in uno dei simboli più potenti della storia dell'arte italiana.

Una folla dipinta è, tutto sommato, una folla rassicurante. Non fa rumore. Di una folla, generalmente, ci interessa il numero. Quanti erano, quanti hanno partecipato, quanti hanno protestato. Cerchiamo di capire cosa voglia, da che parte stia, se abbia ragione oppure torto. Poi finiamo per attribuirle un’identità comune, come se centinaia di persone potessero condividere, oltre ad una piazza, anche la stessa storia. Giuseppe Pellizza da Volpedo impiegò quasi dieci anni a fare esattamente il contrario: osservare i singoli volti, studiare i gesti, le espressioni, il movimento dei corpi. Perché quella folla doveva apparire come un insieme, senza che le persone al suo interno perdessero la propria individualità, il proprio motivo. Il risultato fu Il Quarto Stato, completato nel 1901: una tela monumentale, destinata a diventare una delle immagini più riconoscibili del Novecento.
Una Fiumana
Siamo a Volpedo, un piccolo paese piemontese, alla fine dell’Ottocento. L’Italia è un Paese giovane, attraversato dall’industrializzazione e da profonde disuguaglianze. Nelle campagne e nelle fabbriche il lavoro significa spesso povertà, salari insufficienti e giornate interminabili. Le rivendicazioni sociali si moltiplicano. Nel 1898, a Milano, le proteste contro il rincaro del pane vengono represse nel sangue dall’esercito guidato dal generale Bava Beccaris.
Pellizza, però, aveva iniziato a riflettere sulla condizione dei lavoratori già diversi anni prima. Nel 1891 comincia a elaborare una scena ambientata nella piazza del suo paese. Conosce quelle persone: sono contadini, artigiani, vicini di casa. Li fa posare, ne studia le fisionomie e modifica ripetutamente la composizione. La prima versione prende il nome di Ambasciatori della fame. Poi il progetto cambia: la folla cresce, occupa sempre più spazio e acquista movimento. Nasce Fiumana. Un fiume non comincia a esistere nel momento in cui diventa piena. Ha un corso, raccoglie affluenti, attraversa territori, incontra ostacoli. La sua forza è il risultato di tutto ciò che è accaduto lungo il percorso.
Anche la folla di Pellizza ha una storia precedente al momento in cui la vediamo avanzare.
A margine della tela, Pellizza scrive:
«S’ode, passa la Fiumana dell’umanità, genti correte ad ingrossarla. Il restarsi è delitto filosofo lascia i libri tuoi a metterti alla sua testa, la guida coi tuoi studi.
Artista con essa ti reca ad alleviarle i dolori colla bellezza che saprai presentarle operaio lascia la bottega in cui per lungo lavoro ti consumi e con essa ti reca e tu chi fai? La moglie il pargoletto teco conduci ad ingrossare la fiumana dell’Umanità assetata di giustizia – di quella giustizia conculcata fin qui e che ora miraggio lontano splende».
Nel 1901 quella ricerca diventa Il Quarto Stato, un’opera che rappresenta l’avanzare di una classe sociale che chiede riconoscimento.
Il tramonto è alle spalle
Alle spalle dei lavoratori, un paesaggio scuro e un cielo al tramonto. Davanti, una luce calda che investe progressivamente i corpi e illumina i volti. La folla sembra uscire dall’ombra per entrare in un tempo nuovo, lasciandosi alle spalle una condizione di subordinazione e dirigendosi verso un futuro ancora sconosciuto.
Pellizza ottiene questa luminosità attraverso il Divisionismo, accostando piccoli tocchi e filamenti di colore che, osservati a distanza, si ricompongono nella percezione dello spettatore. Anche il movimento è studiato nei dettagli: le teste formano una linea quasi continua, mentre mani, piedi e ombre scandiscono il ritmo della marcia.
Ma la scelta più significativa riguarda i protagonisti.
Davanti alla folla avanzano due uomini e una donna scalza, lei con un bambino in braccio. A prestarle il volto è Teresa Bidone, moglie del pittore. Il bambino non conosce ancora il significato delle parole salario, lavoro o giustizia. Eppure è proprio lui a dare una prospettiva a quella marcia, a parlarci di futuro, di paura e speranza.
Pellizza, che conosce bene Leonardo, Raffaello e la grande pittura rinascimentale, attribuire quella composizione monumentale, con la grandezza e la dignità un tempo riservata ai filosofi e santi, ai lavoratori. Persone abituate a vivere ai margini della società conquistano il centro della tela. Senza abiti regali, attributi eroici o gesti solenni. Semplicemente, per quello che sono.
Un quadro del popolo, acquistato dai cittadini
Quando Il Quarto Stato viene presentato a Torino nel 1902, non ottiene il riconoscimento sperato e rimane invenduto. La sua immagine, però, comincia a circolare attraverso la stampa socialista e le organizzazioni dei lavoratori, diventando progressivamente un simbolo delle rivendicazioni sociali. Nel 1920, dopo una mostra a Milano, viene promossa una sottoscrizione pubblica per acquistarlo e destinarlo alla città. Partecipano semplici cittadini, intellettuali ed esponenti di diversi ambienti sociali. Un’opera che racconta la forza della collettività diventa così patrimonio pubblico grazie a un’altra iniziativa collettiva.
Nel corso del Novecento il dipinto attraversa manifesti, pubblicazioni e persino il cinema: Bernardo Bertolucci lo sceglie per i titoli iniziali di Novecento, nel 1976.
La sua immagine continua ad essere riprodotta perché ha ormai superato il singolo momento storico che l’ha generata.
Oggi ci sembra familiare?
Sono trascorsi 125 anni dal completamento del Quarto Stato. Sono cambiate le condizioni del lavoro, i linguaggi delle rivendicazioni, le esigenze, il mondo dell’informazione, le modalità con cui le persone si riuniscono nelle piazze.
Eppure continuiamo ad osservare le folle più o meno nello stesso modo: cercando di ricondurre molte vite a un’unica spiegazione.
Pellizza aveva compreso quanto fosse difficile rappresentare una moltitudine senza cancellare le singolarità che la compongono.
Se da lontano vediamo un movimento collettivo, avvicinandoci, quella massa si scompone in singoli volti, nuove generazioni, ognuno con la sua storia, con la sua rabbia, la sua fatica, con qualcosa da difendere e qualcosa in cui voler sperare.
Pellizza ha costruito la composizione affinché avanzassero direttamente verso lo spettatore, in un cammino che ancora oggi prosegue fuori dalla tela, proprio nello spazio in cui ci troviamo noi. E se ci trovassimo faccia a faccia, oggi, quanto saremmo disposti ad avvicinarci prima di decidere che cosa abbiamo visto?
«Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono.» Bertolt Brecht



