Lo spazio, la luce e il castello: Enrico Castellani e il suo rifugio d'arte a Celleno
Dall'Azimuth milanese al castello Orsini di Celleno, la parabola di un artista che ha portato la pittura oltre i propri confini.

Uno dei massimi protagonisti dell'avanguardia europea del Novecento scelse di vivere e creare per oltre quarant'anni all'interno di una rocca medievale semidistrutta.
Oltre la pittura
Nel 1959, a Milano, Enrico Castellani(1930-2017) fondò insieme a Piero Manzoni la rivista e galleria Azimuth, un laboratorio in cui l'arte italiana smetteva di interrogare il gesto e l'emozione dell'informale per interrogare invece lo spazio, il vuoto, la possibilità stessa che un quadro fosse qualcosa di diverso da una finestra dipinta. Da quel momento la sua ricerca prese una direzione che nessuna etichetta ha mai davvero esaurito: la tela, quasi sempre monocroma e spesso bianca, veniva modellata dal retro da una fitta intelaiatura di chiodi, che la spingeva verso lo spettatore o la richiamava verso l'interno, fino a trasformare la superficie in un organismo scandito da rilievi e depressioni regolari.

Il ritmo, la luce, l'infinito
Il suo bianco non è assenza ma sostanza, perché è la luce, scivolando sulle estroflessioni, a costruire l'immagine, e ogni ora del giorno consegna al quadro un'ombra diversa.
La ripetizione ritmica, che pure ricorda una partitura o il respiro, non tradisce alcuna ansia narrativa: Castellani non racconta, offre piuttosto un tempo dilatato in cui lo sguardo impara a fermarsi, e in quell'attesa il rigore geometrico si apre a una dimensione quasi meditativa, dove la serie sembra alludere a un'infinità che nessuna cornice potrebbe contenere.
Un'opera che continua a dialogare
Che questa ricerca sia ancora viva lo dimostra l'attività della Fondazione Enrico Castellani, costituita nel 2013 a partire da un archivio nato alla fine degli anni Novanta da una pratica insieme affettiva e scientifica di conservazione. Negli anni ha accostato le sue opere a quelle di Carl Andre, Donald Judd, François Morellet, Lee Ufan, Günther Uecker e Frank Stella, e la scorsa primavera ha aperto eccezionalmente al pubblico l'archivio milanese per un dialogo con la fotografa Luisa Lambri, il cui lavoro, spingendosi "oltre la fotografia", rispecchia il passo compiuto da Castellani oltre la pittura. Dal 6 ottobre il Museo del Novecento di Milano gli dedica inoltre uno dei nuovi progetti di FOCUS900.

Celleno, la quiete dopo la rivoluzione
Nel 1973, lontano dal clamore del mercato milanese, Castellani scelse il Castello Orsini di Celleno Vecchio, un borgo silenzioso e battuto dal vento della Tuscia, dove avviò un restauro accurato e fece delle sale medievali il proprio atelier e la propria dimora fino al dicembre 2017. Tra la pietra tufacea, scura e irregolare, e il candore geometrico delle sue tele si stabilì una sintonia che dice molto della sua opera: il silenzio, qui, era la condizione necessaria perché la luce potesse parlare.




