Viterbo, città dell'acqua: fontane, sorgenti e memoria urbana
La più alta concentrazione di fontane monumentali medievali d'Europa e le sorgenti termali che incantarono Dante: come l'acqua ha scolpito Viterbo.

C'è una melodia discreta e perenne che accompagna chiunque cammini tra le piazze lastricate di Viterbo, dal sorgere dell'alba fino a notte fonda: il gorgoglio continuo dell'acqua limpida che zampilla dalla pietra scura di peperino. Poche città al mondo possono vantare un rapporto così intimo, antico e monumentale con l'elemento liquido.
Gli storici dell'urbanistica hanno calcolato che Viterbo custodisca la più alta concentrazione di fontane medievali monumentali ancora attive e funzionanti di tutta l'Europa continentale. Nel solo perimetro delle mura duecentesche se ne contano oltre cento, tra monumenti monumentali da piazza, vasche rionali e fontanili per abbeverare cavalli e greggi. Ma l'acqua a Viterbo non è solo una meraviglia urbana: è una presenza geologica bifronte, divisa tra le acque fredde e purissime dei boschi appenninici e le acque sulfuree e bollenti che ribollono dalle viscere della terra.
La fontana a fuso: l'invenzione architettonica del Duecento
Il simbolo assoluto dell'idraulica viterbese è la caratteristica fontana a fuso, un modello scultoreo originale nato nel XIII secolo e diffusosi poi in tutta la Tuscia. A differenza delle fontane romane classiche o barocche, concepite come scenografie teatrali addossate a una parete, la fontana viterbese è un monumento a tutto tondo, isolato al centro della piazza per consentire l'accesso dei cittadini da ogni direzione.
La struttura architettonica segue una rigorosa armonia ascensionale:
- La vasca basale: Una grande piscina a pianta circolare o cruciforme a lobi polilobati, rialzata da gradini in peperino.
- Il fuso centrale: Una colonna monolitica rastremata verso l'alto che sostiene una o due vasche superiori a coppa concava digradanti (tazze).
- Il pinnacolo a cuspide: La sommità culmina in una slanciata cuspide ogivale a forma di fuso da filare o di pigna gotica, da cui l'acqua zampilla verso l'alto per poi ricadere a velo da una tazza all'altra, arricchita da bocche di leone e mascheroni che gettano getti zampillanti nella vasca inferiore.
Il capolavoro assoluto di questa tipologia è Fontana Grande, situata nell'omonima piazza. Iniziata nel 1206 e portata a termine nel 1279 dai maestri scalpellini Bertoldo e Pietro di Lorenzo, è la più antica e imponente fontana monumentale della città, con le sue maestose vasche lobate in peperino che riflettono la luce del tramonto.

I fiumi sotterranei dei Cimini e l'ingegno civico
Ma come faceva una città medievale arroccata su un colle vulcanico ad alimentare decine di fontane pubbliche a getto continuo senza disporre di pompe meccaniche? Il segreto risiede nell'ingegneria idraulica dei monti Cimini.
Fin dall'inizio del Duecento, il libero Comune di Viterbo stipulò accordi e acquistò i diritti di captazione delle sorgenti montane della Palanzana e della Valle dell'Arcionello. Sfruttando con perizia millimetrica il dislivello altimetrico naturale, gli ingegneri comunali realizzarono una complessa rete di cunicoli sotterranei, cisterne e condotte in terracotta e piombo (i canali) che convogliavano l'acqua per chilometri fino alle porte della città, sfruttando il principio dei vasi comunicanti per far zampillare l'acqua ad alta pressione al centro delle piazze.
Ogni rione aveva la sua fontana identitaria, attorno alla quale si svolgeva la vita quotidiana della comunità: la fontana di Piazza della Morte, quella di Piazza del Gesù dove nel 1271 avvenne l'assassinio del principe Enrico di Cornovaglia, e la Fontana delle Erbe in Piazza delle Erbe, sormontata dal leone araldico col giglio.
L'acqua che scotta: il Bullicame e la memoria di Dante
Se le fontane urbane celebrano l'acqua dolce delle montagne, a poche centinaia di metri a ovest della cinta muraria si spalanca un paesaggio completamente diverso: la piana termale del Bullicame. Qui l'acqua non è fredda, ma sgorga dal sottosuolo a una temperatura costante di cinquantotto gradi centigradi, carica di zolfo, idrogeno solforato e sali minerali terapeutici.
Questo cratere ribollente di fango bianco e vapori sulfurei colpì talmente l'immaginario dei viaggiatori medievali che Dante Alighieri ne rimase folgorato durante un suo passaggio lungo la Via Francigena, utilizzandolo nel XIV Canto dell'Inferno come celebre termine di paragone per descrivere il fosso bollente del Flegetonte:
"Quale del Bullicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello".
Fin dall'epoca etrusca e romana — quando le Aquae Passeris attiravano patrizi e imperatori — e poi nel Rinascimento con i soggiorni di Papa Niccolò V e di Papa Pio II Piccolomini che vi fecero erigere le celebri Terme dei Papi, le sorgenti calde di Viterbo hanno rappresentato un punto d'incontro unico tra cura del corpo, medicina naturale e poesia del territorio.
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