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San Pellegrino: il quartiere in cui Viterbo conserva il Medioevo

Profferli, case a ponte, cortili segreti e pietra lavica di peperino: come leggere l'architettura civile del quartiere duecentesco più intatto d'Europa.

GuidyGuidy
1 settembre 20268 min di lettura
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San Pellegrino: il quartiere in cui Viterbo conserva il Medioevo

C'è un momento, addentrandosi oltre l'arco di piazza San Carluccio a Viterbo, in cui il rumore del traffico moderno svanisce all'improvviso, assorbito dalla grana porosa e scura del peperino. Le vie si stringono, le quote altimetriche iniziano a ondeggiare e le facciate delle case sembrano inclinarsi dolcemente verso il selciato in un abbraccio di roccia vulcanica che resiste immutato da oltre sette secoli. È il quartiere di San Pellegrino: non una scenografia museale all'aperto, ma la testimonianza urbana più densa, compatta e intatta del Medioevo duecentesco giunta fino ai nostri giorni nell'Europa continentale.

Mentre in quasi tutte le città italiane il Rinascimento e il Barocco hanno sventrato o pesantemente rimodellato il tessuto viario medievale per aprire piazze d'armi e assi prospettici monumentali, San Pellegrino è rimasto miracolosamente congelato nella sua morfologia originaria del XIII secolo. La ragione risiede in una vicenda storica precisa: lo spostamento del baricentro commerciale e politico viterbese verso piazza del Plebiscito e il colle del Duomo nel corso del Quattrocento, che salvò quest'area periferica dalle grandi ristrutturazioni moderne, preservandone le tipologie abitative della piccola nobiltà mercantile e guelfa.

L'alfabeto della pietra: il profferlo come soglia e difesa

Camminare a San Pellegrino significa imparare a decifrare una grammatica costruttiva unica, il cui elemento più iconico è senza dubbio il profferlo (dal latino proferulum). Si tratta di una caratteristica scala esterna a una sola rampa rettilinea, addossata alla facciata dell'edificio, che sale fino al pianerottolo d'ingresso del primo piano (balcone o loggetta).

Il profferlo non era un semplice capriccio estetico, ma rispondeva a rigorose necessità funzionali e difensive. La scala poggiava su un arco a sesto acuto o a tutto sesto (arco di scarico), al di sotto del quale si apriva l'accesso al piano terra, solitamente destinato a bottega artigiana, stalla o magazzino. La famiglia viveva al primo piano (piano nobile): in caso di disordini civili o assalti di fazioni rivali — frequenti nella Viterbo lacerata dalle lotte tra famiglie ghibelline come i Gatti e casate guelfe come i Tignosi — gli occupanti potevano agevolmente barricarsi in cima alla rampa, difendendo lo stretto pianerottolo dall'alto. Il parapetto della scala (pettorale), interamente monolitico o composto da conci squadrati di peperino, fungeva da vero e proprio scudo balistico contro frecce e sassi.

Le case a ponte e la densità dell'aria

Alzando lo sguardo lungo via San Pellegrino e via delle Gabbie, l'architettura rivela un'altra invenzione straordinaria dell'urbanistica medievale: le case a ponte. Quando la popolazione urbana del Duecento aumentò a dismisura e lo spazio all'interno della cinta muraria divenne preziosissimo, le famiglie viterbesi iniziarono a colonizzare lo spazio aereo.

Gettando archi ribassati in pietra da un lato all'altro della via, vennero costruiti corridoi abitabili sospesi che collegavano stabili appartenenti allo stesso ceppo nobiliare. Queste strutture non fornivano solo nuovi vani abitativi senza occupare suolo pubblico, ma costituivano formidabili vie di fuga aeree: in caso di attacco a un palazzo, gli occupanti potevano fuggire attraverso il ponte verso la dimora alleata situata sull'altro versante della strada, sbarrando le pesanti porte di quercia alle proprie spalle.

San Pellegrino a Viterbo - Dettaglio di bifora romanica e arco in peperino

Il peperino dei monti Cimini: la materia del tempo

Tutto a San Pellegrino — dagli architravi delle finestre ai basoli della pavimentazione, dai gradini dei profferli alle mensole dei balconi — è forgiato nella medesima materia: il peperino. Questa roccia magmatica piroclastica, formatasi milioni di anni fa dal consolidamento di ceneri, lapilli e scorie vulcaniche eruttate dal massiccio del vulcano Cimino, deve il suo nome ai minuscoli frammenti scuri di biotite e pirosseno inclusi nella matrice grigia, simili a granelli di pepe nero.

Il peperino è una pietra austera, docile al taglio appena estratta dalle cave e capace di indurirsi progressivamente a contatto con l'aria. La sua tonalità grigio-argentea, che muta in una sfumatura antracite profonda quando viene bagnata dalla pioggia autunnale, conferisce al quartiere una severità monumentale e un'omogeneità cromatica che esalta i rilievi scultorei: formelle araldiche con leoni passanti (simbolo civico di Viterbo), draghi alati, gigli di Francia e motivi fitomorfi incisi sulle mostre dei portali.

Piazza San Pellegrino e il Palazzo degli Alessandri

Il cuore scenografico dell'intero rione è piazza San Pellegrino, una piazzetta appartata e asimmetrica dove la stratificazione medievale raggiunge la perfezione prospettica. Qui si affaccia la Chiesa di San Pellegrino, documentata sin dall'XI secolo, e soprattutto il monumentale Palazzo degli Alessandri, eretto nella prima metà del Duecento.

La facciata del palazzo presenta un magnifico profferlo interno riparato da una loggia ad archi ogivali, sormontato da un secondo ordine di bifore romaniche di sublime eleganza. Nel 1252, quando le violente faide cittadine portarono all'abbattimento di decine di torri e dimore di famiglie rivali, Papa Innocenzo IV emanò una bolla papale specifica per proteggere il Palazzo degli Alessandri dalla demolizione, salvaguardandone la preziosa struttura a testimonianza perenne della grandezza architettonica viterbese.

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