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Perché i Giardini di Boboli si chiamano così

Alle spalle di Palazzo Pitti, il parco mediceo più famoso al mondo deve il suo curioso nome a un'antica famiglia trecentesca: dall'orto dei Borgoli alla reggia verde del Granducato.

GuidyGuidy
20 settembre 20267 min di lettura
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Perché i Giardini di Boboli si chiamano così

Stesi sulla collina verde che sale alle spalle di Palazzo Pitti fino al Forte di Belvedere, i Giardini di Boboli rappresentano il capolavoro assoluto dell'architettura paesaggistica rinascimentale. Con i loro quarantacinque ettari di viali bordati di lecci secolari, fontane monumentali, grotte misteriose e statue romane, hanno definito per secoli il modello universale del giardino all'italiana, ispirando direttamente le corti europee di Versailles, Caserta e Schönbrunn.

Eppure, dietro questo trionfo di simmetrie principesche e prospettive teatrali, si cela un nome inconsueto, quasi buffo e popolano: Boboli. Perché un parco granducale così aristocratico non porta il nome dei Medici, dei Lorena o del palazzo a cui appartiene, ma viene chiamato universalmente con questo curioso sostantivo?

Dai Borgoli a Boboli: la memoria di un antico podere

Per scoprire l'origine del toponimo bisogna riavvolgere il nastro della storia fino al tardo Medioevo fiorentino, quando l'area d'Oltrarno compresa tra la collina di Santa Maria in Betlem e la costa di San Giorgio non era affatto un parco monumentale, bensì una ripida campagna agricola coperta di orti, filari di viti e uliveti terrazzati.

Nei registri catastali della Repubblica di Firenze del XIV e XV secolo, quei terreni collinari risultavano di proprietà di un'antica famiglia di possidenti terrieri: la famiglia dei Borgolo (o Borgoli). Nel linguaggio parlato dei popolani del quartiere di Santo Spirito, quel colle cominciò ben presto a essere identificato con il nome dei suoi proprietari: "l'orto dei Borgoli" o "il podere de' Borgoli".

Con il passare delle generazioni e la naturale evoluzione fonetica del volgare toscano, la parola subì una contrazione linguistica: dal latino volgare Borgoli si passò attraverso alterazioni orali come Borgoli -> Boboli, cristallizzando il toponimo nell'uso comune molto prima che sorgesse qualsiasi palazzo nobiliare nei dintorni.

Giardini di Boboli a Firenze - L'antico anfiteatro scavato nella cava di pietraforte retrostante Palazzo Pitti

Il sogno di Luca Pitti e l'acquisto di Eleonora di Toledo

Nel 1458, il ricchissimo banchiere Luca Pitti — amico e al contempo feroce rivale politico di Cosimo il Vecchio de' Medici — decise di rivaleggiare con la potente casata rivale erigendo sull'altra sponda dell'Arno la più imponente dimora privata mai vista in città. Per farlo, acquistò la proprietà dai discendenti dei Borgoli e diede inizio alla costruzione dell'edificio su progetto attribuito tradizionalmente a Filippo Brunelleschi.

Per reperire i blocchi di pietraforte (la calda arenaria dorata con cui è costruito Palazzo Pitti), gli scavatori aprirono una gigantesca cava a cielo aperto esattamente nel fianco della collina retrostante. Quella profonda cavità artificiale, una volta esaurito il materiale lapideo, rimase a lungo come una ferita nel colle, conosciuta dai fiorentini proprio come la collina di Boboli.

Le fortune economiche della famiglia Pitti declinarono rapidamente e il palazzo rimase incompiuto per quasi un secolo. La svolta definitiva arrivò nel 1549: Eleonora di Toledo, colta e facoltosa nobildonna spagnola, figlia del viceré di Napoli e consorte del duca Cosimo I de' Medici, acquistò l'intero complesso di Palazzo Pitti e i vasti terreni annessi.

Eleonora desiderava una residenza più salubre e spaziosa rispetto all'angusto Palazzo Vecchio, dove far crescere i suoi numerosi figli lontano dai miasmi del centro cittadino e dove poter allestire una spettacolare corte all'aperto.

La nascita del capolavoro: Tribolo, Ammannati e Buontalenti

Affidati alle cure del geniale architetto di corte Niccolò Tribolo, i lavori di trasformazione della collina iniziarono immediatamente nel 1550. Tribolo ebbe la straordinaria intuizione paesaggistica di sfruttare proprio la gigantesca depressione della cava di pietraforte lasciata da Luca Pitti per ricavarvi la struttura a gradoni di un anfiteatro all'aperto a ferro di cavallo, circondato da statue e cedri.

Alla morte prematura di Tribolo, il cantiere fu portato avanti da Bartolomeo Ammannati e dal poliedrico Bernardo Buontalenti. Fu proprio Buontalenti a realizzare tra il 1583 e il 1593 uno dei luoghi più visionari e bizzarri di Boboli: la celebre Grotta Grande. Divisa in tre ambienti comunicanti, la grotta fonde scultura, pittura e natura artificiale attraverso pareti rivestite di stalattiti calcaree, spugne marine, conchiglie e giochi d'acqua automatici, custode per oltre tre secoli dei quattro leggendari Prigioni incompiuti scolpiti da Michelangelo per la tomba di Giulio II (oggi sostituiti da calchi, mentre gli originali sono all'Accademia).

Nel Seicento, sotto i granduchi Cosimo II e Ferdinando II, il giardino si espanse ulteriormente verso Porta Romana con la creazione del Viottolone, il monumentale asse rettilineo in discesa fiancheggiato da lecci e cipressi secolari che conduce alla scenografica vasca dell'Isolotto, progettata da Giulio Parigi con la fontana dell'Oceano del Giambologna al centro.

Da giardino segreto a patrimonio dell'umanità

Per quasi due secoli, Boboli rimase un parco rigorosamente privato, riservato agli svaghi della corte granducale, a feste teatrali acquatiche e a cerimonie diplomatiche. Fu solo nel 1766, sotto il regno illuminato del granduca Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena, che i cancelli di Boboli vennero aperti per la prima volta al pubblico dei cittadini fiorentini, anticipando di decenni la nascita dei grandi parchi pubblici europei.

Oggi, mentre si passeggia tra i terrazzamenti di fronte al Kaffeehaus rococò o si sale verso il Giardino del Cavaliere per godere del panorama sui tetti e le colline di Firenze, quel nome curioso — Boboli — continua a custodire l'eco umile degli ortolani medievali che, senza immaginarlo, diedero il proprio nome a uno dei giardini più celebri del pianeta.

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