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Dalla terra che frana alla rinascita: Celleno e la lezione del recupero della memoria comunitaria

Le testimonianze orali degli anziani sfollati, la salvaguardia delle radici e il riscatto turistico: come Celleno Vecchio ha trasformato la ferita dell'abbandono in futuro.

GuidyGuidy
18 ottobre 20266 min di lettura
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Dalla terra che frana alla rinascita: Celleno e la lezione del recupero della memoria comunitaria

Chi percorre oggi i vicoli di tufo di Celleno Vecchio, il cosiddetto Borgo Fantasma, attraversa un paesaggio di case scoperchiate e di soglie che non introducono più ad alcuna stanza, e può essere tentato di leggervi soltanto l'esito di un abbandono. Eppure quel luogo fu, fino alla metà del Novecento, un paese pienamente abitato, con le sue famiglie, i suoi mestieri e le sue consuetudini quotidiane, e proprio dalla vita che vi si svolse, rimasta intatta nel ricordo di chi la condivise, ha preso avvio la sua rinascita culturale.

La ferita dello sradicamento e il rischio dell'oblio

Negli anni Trenta del secolo scorso, in ragione della progressiva instabilità della rupe tufacea su cui sorge l'abitato, venne avviata la costruzione di un nuovo insediamento, e nel 1951 fu decretato il trasferimento dell'intera popolazione dall'antico centro. Con le abitazioni si interruppe un intero modo di vivere, fatto di spazi condivisi, di abitudini e di legami tramandati per generazioni, e per decenni il borgo rimase sospeso tra rovine e silenzio, mentre il suo ricordo sopravviveva soltanto nelle parole di coloro che vi erano nati e cresciuti.

Il laboratorio della memoria

Da quelle parole ha preso forma una delle esperienze più rilevanti del recupero di Celleno Vecchio. Nel quadro di una strategia di valorizzazione che, sotto la guida e la visione dell'allora sindaco Marco Bianchi, intendeva restituire valore al borgo attraverso la riscoperta della sua identità storica e sociale oltre che attraverso il restauro del patrimonio architettonico, tra il 2015 e il 2016 ha preso avvio il progetto Celleno Senior Lab, sostenuto dalla Regione Lazio. Grazie alla collaborazione tra il Comune e il Centro Anziani, sono state raccolte testimonianze, fotografie e storie di vita legate all'antico abitato, e gli anziani sono tornati con la memoria nei luoghi della propria infanzia: la piazzarella, la chiesa, le strade, i giochi, le persone e i piccoli episodi che scandivano le giornate del paese.

Il lavoro è confluito nel documentario La memoria in scena. Vita, ricordi, racconti di Celleno Vecchio, presentato al pubblico nel marzo 2016, che ha trasformato la testimonianza individuale in un patrimonio condiviso e ha messo le nuove generazioni in relazione con una parte della propria storia.

Rendere visibile ciò che non esiste più

Alle fonti orali si sono affiancati studi storici, ricerche d'archivio e ricostruzioni dell'antico tessuto urbano, sviluppati in collaborazione con il mondo universitario e con le istituzioni culturali. Tra gli esiti più significativi vi è il plastico architettonico di Celleno Vecchio, costruito anche attraverso lo studio delle cartografie storiche e, in particolare, del Catasto Gregoriano del 1816, che restituisce l'immagine del paese anteriore ai crolli e alle trasformazioni che ne hanno alterato la struttura. Davanti al modello il visitatore comprende finalmente la disposizione degli edifici, delle strade e degli spazi che animavano il borgo, e può rintracciare nelle rovine l'ordine che le precedeva.

Un contributo altrettanto prezioso è venuto dall'archeologia, e in particolare dal cosiddetto Leggendario Butto, un pozzo scavato nel tufo, in una cavità forse di origine etrusca, nel quale in epoca medievale venivano gettati stoviglie, vasellame e rifiuti domestici. Rinvenuto nel 1975 e studiato in modo sistematico a partire dal 2015 insieme all'Università della Tuscia, è considerato tra i più grandi butti del Centro Italia, e gli oltre settemilacinquecento frammenti che ne sono emersi, in parte oggi esposti nel museo diffuso del borgo, consentono di ricostruire la vita quotidiana di un paese della Tuscia nel Quattrocento con una precisione che i documenti raramente offrono. Le ricerche hanno inoltre restituito le tracce di un abitato etrusco al di sotto del borgo medievale e un ghiraio di età romana, il grande vaso forato in cui si allevavano i ghiri destinati alla cucina. Nel corso dei lavori di consolidamento della chiesa di San Donato è riaffiorata anche la chiesa inferiore di San Michele Arcangelo, alta almeno cinque metri, di cui fino ad allora restavano soltanto notizie frammentarie negli archivi.

Percorsi espositivi, ambienti ricostruiti della vita di tutti i giorni e contenuti audiovisivi completano il racconto, intrecciando il patrimonio materiale con quello immateriale della comunità.

Una rigenerazione senza ricostruzione

Il lavoro sulla memoria si inserisce in un processo più ampio, che comprende interventi di conservazione, collaborazioni istituzionali, ricerca archeologica e iniziative culturali. Grazie a questa visione e agli interventi che ne sono derivati, una parte considerevole dell'antico abitato è stata recuperata sotto il profilo architettonico, secondo un criterio che potremmo riassumere nel salvare il salvabile: conservare con rigore ciò che il tempo e i dissesti avevano risparmiato, senza pretendere di restituire ciò che era ormai perduto. A questo percorso aveva dato un impulso decisivo, già dai primi anni Settanta, l'artista Enrico Castellani, che scelse Celleno per vivere e lavorare, restaurò il Castello Orsini facendone la propria abitazione e il proprio studio e restò legato al paese per tutta la vita. Ne ha tratto beneficio, in primo luogo, la comunità stessa. Per i cittadini di Celleno la riscoperta di un patrimonio custodito, spesso senza piena consapevolezza, a pochi passi da casa ha significato imparare a guardare il proprio paese con occhi nuovi, riconoscendo nelle pietre del borgo vecchio una parte della propria identità e non soltanto un luogo di nostalgia. Il valore di un simile percorso non si esaurisce, del resto, nella memoria storica, che restituisce dignità alle generazioni passate e alla loro esperienza, ma riguarda anche quelle future, per le quali la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio si traducono in opportunità concrete di studio, di lavoro e di sviluppo turistico e culturale, capaci di generare nuove forme di economia attorno a un luogo che sembrava destinato a restare ai margini.

Il caso di Celleno suggerisce così che la rigenerazione di un territorio non coincida necessariamente con la ricostruzione di ciò che è andato perduto, e che talvolta consista nell'imparare a leggere le tracce rimaste, nel riconoscere il valore delle esperienze umane che vi si sono depositate e nel costruire, a partire da lì, nuove possibilità di fruizione. Un paese, in fondo, è fatto anche delle persone che ne hanno attraversato le piazze e le strade, e il risultato più importante di questo percorso è forse l'aver restituito una voce a un luogo che sembrava destinato al silenzio.

Dal ricordo al marketing territoriale etico

La memoria recuperata è diventata il motore di un innovativo modello di rigenerazione territoriale e turismo consapevole. Oggi Celleno Vecchio non è una caricatura turistica, ma uno spazio della memoria e delle arti: ospita il Museo delle Tradizioni Popolari, rassegne culturali e la celebre Festa delle Ciliegie, attirando visitatori internazionali che cercano autenticità e radici vere. Per Guidy, un vero modello di Riqualificazione e Turismo Turismo.


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